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Caparezza lancia Prisoner 709: “E’ nato in un momento in cui non riuscivo a riconoscermi”

Caparezza, all’anagrafe Michele Salvemini, ha spiegato il significato del suo nuovo album intitolato Prisoner 709, registrato tra Molfetta e Los Angeles, in un’intervista concessa al quotidiano La Repubblica. Ecco com’è nato il suo nuovo disco Prisoner 709.

Caparezza – Foto: Facebook

“Mi è successo a giugno 2015 – ha raccontato il cantautore pugliese a La Repubblica – Il fischio nelle orecchie lo avevo da anni, ma era sopportabile. D’improvviso è diventato una tortura, probabilmente a causa dell’abuso dei volumi. Il problema è che non ha cure vere, tanti dicono di poterla battere, ma non ci riesce nessuno. Ho provato di tutto, pillole, iniezioni, psicoterapia, e alla fin fine ho capito che dovrò tenermelo e, semplicemente, pensare ad altro, distrarmi. Ma intanto mi ero chiesto – ha proseguito Caparezza -, un classico, perché proprio a me che avevo concentrato l’esistenza sulla musica. In realtà capita a tanti. Ma questo mi ha portato a riflettere e a scrivere, a domandarmi se sono un artista libero o prigioniero del ruolo, perché ho fatto musica e non altro, se era destino fare dischi o se era solo un equivoco. Ed ecco Prisoner 709″.

Poi è entrato maggiormente nei dettagli: “Si fa autoanalisi. Il disco parte da Prosopagnosia, che è l’incapacità per problemi neuronali di riconoscere i volti. Io invece non riuscivo più a riconoscere me stesso. In mezzo, brani che sono capitoli del carcere mentale dove l’acufene mi ha rinchiuso: la pena (Prisoner 709), lo psicologo della prigione (Forever Jung), la religione (Confusianesimo), il colloquio (Una chiave) e così via. E finisce con Prosopagno sia, insomma l’accettazione del disagio fino a conviverci”.

Chi è il suo punto di riferimento? “Guardi, il mio punto di vista è diverso – ha spiegato – Io ho un solo punto di riferimento quando compongo e sono me stesso. Devo fare canzoni e dischi che piacciano a me, che io abbia voglia di ascoltare. Il resto nasce tutto da lì, e dalla fortuna che ho che le cose che piacciono a me piacciono anche a tanta gente che compra i dischi e viene ai concerti. E così quando riascolto i miei dischi vecchi io ritrovo me stesso. Il che non vuol dire che mi piacciano ancora, perché ritrovo il me stesso di allora, e io non sono più il me stesso di 20 anni fa, almeno in parte sono cambiato”.