“Michael Jackson era un predatore seriale e pedofilo”, il durissimo attacco del regista Dan Reed

Michael Jackson era un predatore seriale e pedofilo”, il durissimo attacco del regista britannico Dan Reed ha fatto rapidamente il giro del mondo. che ha realizzato un documentario shock sul Re del Pop. Leaving Neverland è il nome del controverso e chiacchieratissimo documentario di quattro ore girato dal regista Reed con le testimonianze di Wade Robson e James Safechuck, che raccontano come il celebre divo della musica pop mondiale avrebbe abusato di loro da quando avevano sette e nove anni fino all’adolescenza.

Il film ha gettato nuove e agghiaccianti ombre sulla personalità del geniale e indimenticabile artista a tal punto che per la prima volta molti operatori musicali hanno cominciato a prendere le distanze dal Re del pop. Alcune radio hanno messo al bando le sue canzoni. Louis Vitton ha bloccato una collezione ispirata a Thriller.

«Michael Jackson era un predatore seriale e un pedofilo – ha detto il regista -. Sono convinto che abbia circuito molte, molte famiglie e abusato di altrettanti bambini. L’ho capito da come sono andate le cose con Wade e James: non ha avuto esitazioni, sicuro di sé e della sua tattica; sempre lo stesso identico copione, era un espertissimo predatore pedofilo già negli anni Ottanta. Il fratello Jermaine continua a ripetere che Michael era un bravo ragazzo – ha continuato Reed -, è comprensibile che i Jackson (che al momento non hanno intrapreso azioni giudiziarie, ndr) difendano il loro brand».

Per poi aggiungere: «La musica di Michael Jackson ha avuto un impatto enorme sulla cultura dell’ultimo mezzo secolo. Guardando il film ci si forma un’ opinione, a quel punto ognuno agisca secondo coscienza. Se Jordan Chandler, l’attore Macaulay Culkin e Gavin Arvizo (i tre bambini che ebbero un ruolo chiave nei processi e, pur avendo “dormito” a Neverland, negarono qualsiasi comportamento inappropriato, ndr) si rivolgessero a me per chiarire i dettagli della loro “amicizia” con Michael Jackson, certo, lo farei». Secondo il regista britannico è l’inizio di un #MeToo sull’abuso dei minori.