C’era una volta il bikini, musa ispiratrice di un nuovo concetto di femminilità

Quello strano capo chiamato bikini

La data 1946, oltre a segnare l’eclissi della Seconda Guerra Mondiale, è significativa per l’arrivo nella capitale francese di uno dei capi più iconici della moda: stiamo parlando del mitico bikini, un simbolo di stile che avrebbe sconvolto la società oltre che l’abbigliamento estivo femminile. Il sarto Louis Réard decise di ribattezzarlo come il medesimo arcipelago martoriato dalle bombe nucleari. L’intuizione del bikini gli venne in seguito a due osservazioni: la prima riguardava il modo con cui le donne arrotolavano i bordi dei costumi da bagno per ottenere un’abbronzatura più omogenea e la seconda era legata all’ammirazione per l’avvenieristico costume Atome presentato da Jacques Heim. In seguito a ciò Réard decise di rendere questo capo ancora più audace, utilizzando solo trenta pollici di tessuto stampato con una stampa che assomigliava alla prima pagina di un giornale.

Il due pezzi si trasforma in un’icona culturale

Le luci dei riflettori si accendono su questo capo sexy quando la bellissima attrice Brigitte Bardot lo indossa sul set della pellicola cinematografica “E Dio creò la donna” nel 1956. Da quel momento tutte star del cinema cominciarono a farsi immortalare con il bikini. Nello stesso anno in “Poveri ma belli”, di Dino Risi, Marisa Allasia ne indossava uno, seguita nel 1962 da Ursula Andress nel seducente personaggio della bond girl Honey Ryder in “007 – Licenza di uccidere”, trasformandolo in un’icona della moda femminile, la stessa scena che sarà poi ripresa nella divertente parodia “Austin Powers 2”. In Italia, è Lucia Bosè a sdoganare definitivamen il due pezzi, indossandolo e vincendo Miss Italia nel 1947. Dagli anni cinquanta il fenomeno di questo iconico capo estivo aumentò in modo esponenziale grazie alle apparizioni TV e cinematografiche: come scordarsi il bikini del film “Lolita” di Stanley Kubrick tratto dal celebre romanzo di Nabokov e a livello musicale la famosissima hit “Itsy Bitsy Teenie Weenie Yellow Polkadot Bikini” di Brian Hyland, che lo consacrò simbolo della cultura pop e della rivoluzione sessuale degli anni ’60? La notorietà di questo capo invase perfino le copertine delle popolari riviste Sports Illustrated e Playboy, tanto che il Time nel 1967 confermò che il 65% delle ragazze americane possedeva un bikini.

Il bikini dopo gli anni sessanta

Da quel momento l’iconico due pezzi è stato protagonista delle più popolari serie televisive fino a ispirare i personaggi dei cartoni animati giapponesi, come la meravigliosa extraterrestre “Lamù” con il suo due pezzi tigrato, ma anche il mondo dell’intrattenimento online con la slot machine “Bikini Party” presente su Betway Casinò, ambientata in una spiaggia con una rete da pallavolo e giocatrici in coloratissimi costumi da bagno, e le app in stile “Ultimate Bikini Girls Fighting”, con tecnologia in 3D, in cui donne agguerrite si scontrano e lottano indossando il due pezzi.

Per capire ancora meglio la notorietà di questo capo basta ricordare l’appassionato fan di Star Wars che si è aggiudicato ad un’asta il bikini da schiava della Principessa Leia per la cifra stellare di 96.000 dollari.

Questo fatto non stupisce se si pensa che dall’anno duemila la vendita del due pezzi ha creato un giro d’affari pari a 811 milioni di dollari, con un’accelerazione sul mercato di questo simbolo femminile che ha portato alla nascita di due nuovi termini: Bikini Economy e Bikini Mania.

Si tratta di un rigoglioso e crescente mercato diversificato di cui fanno parte case di moda come Yamamay, Victoria’s Secret e il ricercato Intimissimi, e che interessa da vicino anche blogger, influencer e le nuove app dedicate alla bikiniterapia come Bikini Body, applicazione ricca di esercizi fitness mirati ad una vita sana e sportiva, il tutto sotto il richiamo di una democratizzazione del due pezzi, finalmente accessibile a tutte.

Fonte immagine: Pixabay.it

Insomma, la prova costume sembra davvero essere acqua passata: oggi è l’iconico bikini che deve adattarsi alle donne italiane. Il nuovo mercato si è trasformato velocemente in un florido business e gli stessi marchi hanno compreso che conviene accontentare le fasce di mercato solitamente ignorate. Il settore della moda è in continuo fermento e negli ultimi anni ha fatto di nuovo capolino il versatile e intramontabile costume intero nelle sue svariate versioni, dando filo da torcere al tanto amato due pezzi…chi la spunterà?

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