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Trattativa Stato-mafia, il pm Teresi: “Riina fu venduto ai carabinieri da Provenzano”

Trattativa Stato-mafia, il pm Vittorio Teresi ha dichiarato durante la requisitoria: “Totò Riina fu venduto ai carabinieri da Bernardo Provenzano“. Durante l’udienza del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, Teresi ha spiegato che Riina, con cui i militari del Ros imputati al processo avevano intavolato un dialogo finalizzato a far cessare le stragi, era ritenuto un “interlocutore” troppo intransigente e pertanto gli si sarebbe preferito Provenzano, fautore della linea della sommersione, e lontano dall’idea del “papello”, l’ultimatum che Riina avrebbe presentato allo Stato tramite i carabinieri.

Provenzano dunque, dopo le stragi del ’92, sarebbe entrato in gioco e avrebbe consentito la cattura del compaesano con la complicità del Ros. “Era chiaro che tutto questo doveva essere tenuto segreto – ha spiegato Teresi – E dopo la cattura di Riina e l’uscita di scena anche di Ciancimino le linee dell’accordo sono chiare e si passa ai fatti. Così come per i carabinieri è fondamentale mantenere il segreto sulla cattura di Riina – ha aggiunto il magistrato – altrettanto è importante, per la mafia, che nulla trapeli sul fatto”.

La Procura ha descritto uno Stato diviso in due: da una parte pezzi delle istituzioni pronti a trattare dopo gli attentati a Falcone e Borsellino per “paura e incompetenza”, dall’altra un “manipolo” di uomini come l’ex Guardasigilli Claudio Martelli e l’ex capo del Dap Nicolò Amato, convinti che si dovesse mantenere la linea dura contro Cosa nostra.

Il pm Teresi ha ricostruito tutta la parte dell’impianto accusatorio relativa alle concessioni fatte dallo Stato a Cosa nostra, nel 1993, sulla politica carceraria: dalla sostituzione dei vertici del Dap, come Amato, ritenuto troppo duro e allontanato senza preavviso dal suo incarico, alla revoca del 41 bis nelle carceri di Poggioreale e Secondigliano a febbraio del 1993, alla nomina al ministero della Giustizia di Giovanni Conso che prese il posto di Claudio Martelli, il politico che, dopo le stragi del ’92, aveva istituito il regime carcerario duro per i mafiosi. E ha fatto nomi e cognomi di chi “per paura o incompetenza” avrebbe avallato la politica della distensione: l’ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, l’ex Guardasigilli Giovanni Conso, Aldalberto Capriotti, subentrato ad Amato al Dap e il suo vice Francesco Di Maggio.

Il pm ha poi sottolineato: “Se avesse prevalso la durezza, nessuno spazio ci sarebbe stato per un dialogo che ha invece rafforzato la mafia e la sua azione terroristica. Se avesse prevalso la durezza, i consiglieri dei mafiosi sarebbero stati individuati e assicurati alla giustizia, ma nel clima di compromesso che ci fu, tutto si è confuso”.