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Trattativa Stato-mafia, Nino Di Matteo: “Siamo circondati dal silenzio e dal divieto di parlare”

Trattativa Stato-mafia, Nino Di Matteo è tornato a parlare di questo delicatissimo tema durante la presentazione del libro “Il Patto Sporco”, scritto a quattro mani con il giornalista e saggista Saverio Lodato, presso la libreria Ibs +Libraccio di Roma. Un’opera che racconta per la prima volta in maniera dettagliata quella che è stata definita dagli addetti ai lavori come “sentenza storica”, attraversando tutti i capitoli del dialogo tra Stato e mafia, partendo dalle condanne definitive del Maxi processo per arrivare fino alla vittoria delle elezioni nel 1994 di Silvio Berlusconi.

Per la Trattativa Stato-mafia e le stragi di mafia sono stati condannati a dodici anni gli ex generali Mario Mori e Antonio Subranni e l’ex senatore nonché co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, a otto anni l’ex colonnello Giuseppe De Donno, a ventotto anni il boss Leoluca Bagarella. Assolto l’ex ministro Nicola Mancino, perché il fatto non sussiste. Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo, è stato condannato a 8 anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro.

“La sentenza del processo sulla Trattativa Stato-Mafia, si interseca in maniera fondamentale con le stragi del ’92 e ’93 – ha esordito Di Matteo -. Dovrebbe costituire la base di partenza per un nuovo slancio verso il completamento del percorso di verità, individuando responsabilità anche fuori da Cosa nostra. Mai siamo stati così vicini alla possibilità di completare questo percorso. Mancano alcuni passi, ma devono essere mossi in maniera corale. Senza lasciare isolati i magistrati in sede giudiziaria – ha proseguito -, politica ed istituzionale. L’assenza da parte dello Stato di segnali precisi, nella ricerca della verità, mi fa pensare che abbia ancora l’insana voglia di archiviare per sempre le pagina buie del recente passato. Le verità che sono state acquisite fin’ora sono importanti, ma parziali”.

Per poi sottolineare: “Intorno a questo processo sono accaduti fatti su cui tutti dobbiamo riflettere. Siamo stati accusati di tutto. Quando ci fu la vicenda delle intercettazioni casuali tra Mancino e Napolitano, siamo stati accusati di essere eversori ed ho, inoltre, subìto un processo disciplinare. Nessuno tra i magistrati – ha spiegato Nino Di Matteo -, tra i rappresentanti del CSM o dell’ANM, ha avuto l’onestà intellettuale di chiedersi – ha contestato il pm facendo riferimento all’indagine della procura di Firenze sulla ricostruzione post terremoto dell’Aquila e a quella della procura di Milano in cui si intercettò Scalfaro – il motivo per cui il Quirinale non si mosse con quelle procure. Perché fatti uguali comportano reazioni diverse? Ci hanno accusati di essere assassini della morte di Loris D’Ambrosio. Noi questo processo lo abbiamo fatto da soli. Siamo stati uno stretto manipolo di magistrati – ha asserito – isolati perfino all’interno della procura di Palermo. Se anche la magistratura fa prevalere i criteri di opportunità politica di una scelta, rispetto a quelli della doverosità giuridica delle proprie scelte, è la fine della democrazia nel nostro Paese”.

E ancora: “Ho riacquistato la fiducia nella magistratura perché ha messo in sequenza i veri fatti. Senza il pregiudizio che è impossibile che lo Stato tratti con la mafia. Nella sentenza – ha rammentato – è attestato che Berlusconi, ex Presidente del Consiglio del Governo italiano, mentre era in piena carica continuava a pagare cospicue e ingenti somme di denaro a Cosa nostra anche mentre faceva le stragi. Forse iniziamo a capire perché non si deve parlare di questa sentenza… è scomoda. Parla di diffuse omertà istituzionali, di un Presidente della Repubblica che ha mentito di fronte a noi, parla di esponenti politici che hanno riferito fatti importantissimi – accaduti nel periodo delle stragi – solo dopo che Massimo Ciancimino parlò. La sentenza attesta che la trattativa non evitò altro sangue, bensì lo provocò. Infatti – ha continuato l’autore del libro – può ritenersi provato che l’invito al dialogo pervenuto a Riina dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisce un sicuro elemento di novità che può certamente aver determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino”.

Per poi concludere: “Bisogna trovare il coraggio di andare avanti. I cittadini devono conoscere i fatti, perché siamo circondati dal silenzio e dal divieto di parlare dell’intelligenza tra lo Stato e la mafia. I fatti ‘devono sparire’ dalla possibilità della conoscenza e dell’approfondimento dell’opinione pubblica”.