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USA, lo ‘strano’ nazionalismo di Trump accende nuove proteste

Il 45 esimo presidente eletto Donald Trump continua a far parlare di se. Qualche giorno fa aveva sollevato un polverone di polemiche per il progetto del muro al confine col Messico al vaglio del Congresso. Ora è il turno dello stop ai rifugiati in Usa.

Proteste contro Donald Trump- fonte tgcom24.mediaset.it

Il blocco coinvolgerebbe per tre mesi degli arrivi da sette paesi a maggioranza islamica e per quattro mesi del programma dei rifugiati. La notizia ha suscitato diversi cortei e protesti in tutto il Paese, coinvolgendo anche i procuratori generali di 16 stati, compreso quello della capitale Washington.

L’esecutivo di Trump violerebbe la libertà religiosa, uno dei fondamentali del Paese. Un giudice federale di New York avrebbe già emesso un’ordinanza per interrompere temporaneamente  l’esecuzione del decreto presidenziale contro gli immigrati dei 7 paesi coinvolti (Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen).

Il presidente Usa continua a sostenere: “Per essere chiari, questo non è un bando ai musulmani, come i media riportano falsamente. Non ha a che fare con la religione, ma con il terrore e il mantenimento della sicurezza del nostro Paese. Rilasceremo nuovamente i visti a tutti i Paesi una volta che avremo rivisto e completato politiche più sicure nei prossimi 90 giorni”.

La stampa continua a puntare il dito contro la politica di Donald Trump. Nell’editoriale per il The Guardian Cecilia Wang ha evidenziato come il nazionalismo di Trump sia antistorico e inefficace: “I musulmani americani, immigrati e nati negli Stati Uniti allo stesso modo, sono parte del tessuto di questa nazione e una parte di ciò che rende grande l’America”. I media sottolineano come il provvedimento del presidente non abbia toccato l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita con cui, curiosamente, gli Usa hanno in essere importanti accordi commerciali.

Trump ha ricevuto critiche anche dagli alleati e dell’Europa. Angela Merkel ha ricordato a Trump il significato della Convenzione di Ginevra sui profughi, che gli Usa hanno sottoscritto nel 1967 e che li obbliga ad accogliere ‘profughi di guerra, su base umanitaria’. Molto più soft le critiche del premier canadese Justin Trudeau. Il leader canadese ha promesso di spiegare a Trump il successo ottenuto dal suo Paese in materia di rifugiati e di aprire le porte del Canada ai rifugiati rigettati dal presidente americano.