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Food for profit: il docufilm scomodo di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi

Food for profit è il docufilm scomodo di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi mostra le atrocità degli allevamenti intensivi su mucche, maiali e polli zeppi di antibiotici, sussidi europei e sversamenti inquinanti in ogni dove. Un’inchiesta molto utile, interessante e coraggiosa durata più di 5 anni, che mette al centro gli ingenti sussidi europei destinati al sistema degli allevamenti intensivi. Food for profit punta i riflettori sulla lobby dell’Agrifood e sul suo lavoro incessante per influenzare la politica europea a proprio favore nelle scelte legislative ed economiche.

La giornalista di Report ospite su Bagheera, morning show condotto da Bussoletti e Arianna Caramanti su Radio Cusano Campus, ha dichiarato: “Il documentario lo abbiamo prodotto da soli io e il mio socio Pablo chiedendo supporto al pubblico per la distribuzione che non avevamo, come non avevamo una piattaforma per mettere in streaming il lavoro. Non è stata una scelta voluta ma imposta dai rifiuti praticamente di tutti”.

“Nessuno voleva sobbarcarsi i rischi legali di un lungometraggio così – ha proseguito Innocenzi – stiamo infatti rispondendo a diverse cause per diffamazione senza avere alle spalle nessuno che ci protegga. Ricordo un’azienda che ha rifiutato la collaborazione ‘perché non fa politica’. Su questo devo concordare perché ‘Food for profit’ fa politica sollevando problemi ma anche proponendo soluzioni”, ha precisato la giornalista.

“Sono quasi 400mila i miliardi di euro raccolti dai contribuenti europei per la Politica Agricola Comune, eppure buona parte di questi soldi vanno ad aziende che si occupano di allevamenti intensivi. Come mai? Ci volevamo porre il quesito e anche tentare di rispondere”, ha spiegato. “Diciamo che nel corso del documentario si intuiscono diverse cose in merito, anche grazie alle telecamere nascoste che hanno mostrato il modus operandi di alcuni lobbisti”.

 

Sulle inchieste giornalistiche di oggi.“Perché si fanno sempre meno inchieste nel giornalismo moderno?”, si è chiesta quindi Innocenzi. “Perché costano soldi e tempo, e sono sempre meno gli editori che hanno voglia di investire in tal senso e proteggere il giornalista dalle conseguenze legali che comporta sollevare un vespaio”.

Infine in merito al ruolo di produttrice: “Mi sono trasformata in una specie di Aurelio De Laurentis al femminile? Mio malgrado per questo film ho praticamente ricoperto tutti i ruoli. Adesso tornerò al mio lavoro consueto ma non escludo in futuro di produrre altri documentari su temi caldi, e non per forza firmati da me”, ha concluso.